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domenica, 23 marzo 2008
Enzo Mangini, Carta.org, 21 marzo 2008
La notizia è in fondo, nell’ultima colonna della lunga intervista del ministro dell’interno Giuliano Amato pubblicata venerdì dal quotidiano La Repubblica. E la notizia è che la commissione d’inchiesta sui fatti del G8 genovese del 2001 non si farà. Era nel programma dell’Unione, due anni fa, ed è stata per tutta la breve legislatura del governo Prodi una richiesta costante delle forze che ora formano la Sinistra e l’Arcobaleno. Amato lo sa benissimo e per questo ripete a Giuseppe D’Avanzo che «per accertare la verità di Bolzaneto conviene affidarsi al lavoro del giudice e lasciar perdere le commissioni parlamentari». Fine. Salvo un piccolo particolare, che manca nell’intervista: i procedimenti per cui sono imputati 44 agenti di vari corpi di polizia [e non solo quella penitenziaria come dice Amato nell’intervista] sono a rischio prescrizione, per cui l’esito probabile del lavoro testardo dei pm genovesi potrebbe essere un nulla di fatto. E a quel punto?
C’è qualcosa che non torna nella campagna degli ultimi giorni, innescata dalle requisitorie dei pm nelle udienze per le torture subite da decine di persone nella caserma di Bolzaneto. Nulla o quasi di quanto i pm hanno detto in aula è nuovo: da subito dopo i giorni del 2001 le testimonianze raccolte dal Comitato verità e giustizia per Genova e dal Supporto legale avevano evidenziato il chi, il come, il quando di quello che è successo. E’ tutto ampiamente documentato, negli articoli pubblicati su questo tema, dal 2001 a oggi, su Carta, il manifesto e Liberazione, i tre giornali che hanno continuato a tenere viva l’attenzione su Genova. Amato dice che la «politica è stata indifferente». Non è vero. Non è stata indifferenza: ogni volta che, per un passo nuovo delle indagini o per un’inchiesta giornalistica, qualcuno in parlamento e fuori tornava a chiedere la commissione d’inchiesta, c’è stata una levata di scudi, spesso bipartisan, contro uno strumento legittimo e previsto dalla costituzione.
Negli ultimi due anni, quello che oggi è il Partito democratico è stato zelante nell’applicazione del diritto di veto su quella richiesta, alleandosi con le destre quando è stato necessario. Amato incluso. Tanto che il primo applauso all’intervista di Amato è venuto da uno dei colonnelli di Alleanza nazionale, Alfredo Mantovano, che ha definito «sagge» le parole del ministro dell’interno. Perfino Veltroni che improvvisamente si è accorto che sette anni fa è successo qualcosa a Genova, ha detto che «bisogna fare chiarezza», ma non ha detto né come, né quando. L’intervista ad Amato illustra molto bene quale sia la linea, sottile, tenuta fin qui dal Viminale, dal 2001 in poi: da un lato, si grida allo «scandalo», ai fatti «inconcepibili», dall’altro però, i reati ascritti agli imputati sono considerati troppo «leggeri» [violenza privata e abuso d’ufficio, su tutti] per giustificare la sospensione dal servizio o il blocco delle promozioni arrivate sistematicamente negli ultimi anni. Ma, terza piroetta, l’esistenza di inchieste giudiziarie per quei reati «lievi» sono l’alibi per non fare la commissione d’inchiesta. Che però, Amato fa finta di dimenticare, non deve stabilire le responsabilità penali, che rimangono personali e sono presunte fino a condanna definitiva, ma quelle «di sistema», politiche, se si preferisce. Amato rovina il giallo di Bolzaneto, e di Genova, rivelando non il colpevole, ma l’innocente: Gianni De Gennaro, nominato capo della polizia durante il primo centrosinistra, confermato da Berlusconi e ora capo di gabinetto di Amato, nonché supercommissario per l’emergenza rifiuti in Campania. Chiunque sia il colpevole del disastro del G8 del 2001, De Gennaro non c’entra, dice in sostanza Amato. Una presunzione d’innocenza rafforzata. E un’indicazione per il prossimo governo, quale che sia: la politica continuerà ad essere «indifferente».
Giuseppe D'Avanzo, La Repubblica, 19 marzo 2008
ll processo per i fatti di Bolzaneto, scrivono i pubblici ministeri nella memoria consegnata ieri al tribunale di Genova, è «un processo dei diritti». Le testimonianze, le fonti di prova raccolte, le timide ammissioni degli imputati, la ricostruzione di quel che è accaduto in una caserma italiana diventata, per tre giorni, un argentino Garage Olimpo parlano della dignità della persona umana, della libertà fisica e morale del cittadino detenuto. Ci ripetono che anche una democrazia è capace di torturare. Che anche la nostra giovane democrazia può avvitarsi, senza preavviso, in una spirale autoritaria, e non solo i regimi che si nutrono dell' annientamento dell' altro per sopravvivere. Ci ricordano che l' umiliazione di un uomo prigioniero e indifeso, abbandonato a un deserto di regole, garanzie e umanità apre un solco profondo tra il cittadino e lo Stato. Ci annunciano come può collassare la cultura stessa della nostra convivenza civile.
L' indignazione non può bastare per quel che accaduto a Genova Bolzaneto. Non è sufficiente un sentimento. Occorrono ragione e intelligenza delle cose. E' necessario interrogarci con radicalità sulla debolezza delle nostre istituzioni; sui deficit culturali di chi - in alto o in basso - li rappresenta; sulla qualità delle prassi di governo e comando di quelle istituzioni; sulla peculiarità dei meccanismi di selezione dei ceti dirigenti di quelle amministrazioni, sulla loro permeabilità a una volontà - politica, burocratica - che può capovolgere i valori costituzionali. «Bolzaneto è un "segnale di attenzione"», hanno ragione i pubblici ministeri di Genova. E' «un accadimento che insegna come momenti di buio si possono verificare anche negli ordinamenti democratici, con la compromissione dei diritti fondamentali dell' uomo per una perdurante e sistematica violenza fisica e verbale da parte di chi esercita il potere». I magistrati sembrano chiedere ascolto, più che al tribunale, a chi ha il dovere di custodire gli equilibri della nostra democrazia. Bolzaneto, sostengono, insegna che «bisogna utilizzare tutti gli strumenti che l' ordinamento democratico consente perché fatti di così grave portata non si verifichino e comunque non abbiano più a ripetersi». E' un' invocazione, ci pare.
Giuseppe D' Avanzo, La Repubblica, 18 marzo 2008
Marco Poggi, infermiere penitenziario, entrò in servizio a Bolzaneto alle 20 di venerdì 20 luglio 2001 e ci rimase fino alle 15, 15.30 di domenica 22 luglio. «Ho visto picchiare con violenza e ripetutamente i detenuti presenti con schiaffi, pugni, calci, testate contro il muro». «Picchiava la polizia di stato ma soprattutto il "gruppo operativo mobile" e il "nucleo traduzioni" della polizia penitenziaria. Ho visto trascinare un detenuto in bagno, da tre o quattro agenti della "penitenziaria". Gli dicevano: "Devi pisciare, vero?". Una volta arrivati nell' androne del bagno, ho sentito che lo sottoponevano a un vero e proprio linciaggio».
Marco Poggi dice che sa che cos' è la violenza. «Ci sono cresciuto dentro. Ho "rubato" la terza elementare ai corsi serali delle 150 ore e sono andato infermiere in carcere per buscarmi il mio pezzo di pane. Per anni ho lavorato al carcere della Dozza a Bologna. Un posto mica da ridere. Tossici, ladri di galline, mafiosi, trans, stupratori. La violenza la respiravi come aria, ma quel che ho visto a Bolzaneto in quei giorni non l' avrei mai ritenuto possibile, prima. Alcuni detenuti non capivano come fare le flessioni di routine previste dalla perquisizione di primo ingresso in carcere. Meno capivano e più venivano picchiati a pugni e calci dagli agenti della polizia penitenziaria. Gli ufficiali, i sottufficiali guardavano, ridevano e non intervenivano. Ho visto il medico, vestito con tuta mimetica, anfibi, maglietta blu con stampato sopra il distintivo degli agenti della polizia penitenziaria, togliere un piercing dal naso di una ragazza che era in quel momento sottoposta a visita medica e intanto le diceva: "Sei una brigatista?"»...
martedì, 18 marzo 2008
Dispiace rovinare la magica armonia che regna nel mondo di Walter Veltroni. Consigliamo al leader del Pd di leggere con attenzione quest'articolo di Repubblica e magari fare qualche postilla al suo programma.
Giuseppe D'Avanzo, La Repubblica, 17 marzo 2008
C´era anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. «Giovanissimo». Più o meno ventenne, forse «di leva». Altri l´hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di «sospensione dei diritti umani», ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell´amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell´acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.
Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato – contro i 45 imputati – che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.
Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista…). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che «soltanto un criterio prudenziale» impedisce di parlare di tortura. Certo, «alla tortura si è andato molto vicini», ma l´accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.
Il reato di tortura in Italia non c´è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell´Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d´uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l´abuso di ufficio, l´abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell´indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).
Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa «degli altri», di quelli che pensiamo essere «peggio di noi». Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.
lunedì, 25 febbraio 2008
Claudio Baccianti, Megachip, 25 febbraio 2008
Lo slogan “l'ambientalismo del fare” è una sciocchezza. Fare cosa? E' questo il problema. Se chiedessimo a chi usa quello slogan se vogliono il ponte sullo Stretto di Messina loro risponderanno NO. Giustamente, ma allora non è un problema di dire sempre si o sempre no. Sembra quasi che dire “si” sia in e dire “no”sia out: le discussioni si concentrano solo su questo, creando un teatrino non all'altezza dei problemi che ci stanno sotto.
“Ecco la novità del nostro ambientalismo del fare: sì al coinvolgimento, alla partecipazione, alla consultazione dei cittadini in tutte le fasi di localizzazione, progettazione e costruzione; ma basta con l'ambientalismo che cavalca ogni movimento di protesta del tipo Nimby, “non nel mio giardino”, e impedisce di fare le infrastrutture necessarie al Paese. ” Questo ha detto Veltroni alla presentazione del programma del Pd per le elezioni politiche. E' importante notare che questo ragionamento presuppone che si sappia prima quali siano le infrastrutture necessarie al Paese: la popolazione può decidere il colore del camino dell'inceneritore ma non se farlo o no (infatti parla di localizzazione, progettazione e costruzione). Tant' è che poi aggiunge: “ Una volta assunta la decisione, deve essere previsto un divieto di revoca o l'applicazione di sanzioni pecuniarie elevate con responsabilità erariale a carico degli amministratori pubblici interessati. ” Queste persone hanno un loro progetto di politica ambientale e lo vogliono far applicare senza indugi, senza confrontarlo con altri progetti alternativi (un esempio: chi si oppone agli inceneritori propone sistemi avanzati di raccolta differenziata, come il porta a porta, e per il residuo l'uso di impianti di “trattamento a freddo”. Ne avete mai sentito parlare?).
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martedì, 19 febbraio 2008
- Governo Prodi: poteva finire diversamente? Non penso, perchè vi era una debolezza intrinseca già in partenza, dovuta alla maggioranza risicata in Senato, e alla difficoltà obiettiva di tenere unite formazioni politiche tra di loro poco omogenee. Ancora una volta nulla è stato fatto sul fronte del conflitto degli interessi, le leggi-vergogna sono rimaste dov'erano, la commissione d'inchiesta sui fatti di Genova si è persa in qualche anfratto parlamentare, la legge 40 non ha subito alcun ritocco degno di nota. La mia impressione è che se anche il governo avesse proseguito il suo cammino, diversi punti del programma sarebbero rimasti lettera morta per le resistenze della sua componente più conservatrice.
- Si torna a votare con una legge orribile, con Berlusconi che si ripresenta per la quinta volta e un buon numero di italiani disposto a seguire i suoi proclami, come se non avesse già dato prova d'inettitudine politica (salvo sistemare le sue pendenze legali). E' probabile che vinca, ma al Senato potrebbe ritrovarsi in una condizione analoga a quella di Prodi, con dei numeri non sufficienti a governare con una certa tranquillità.
- Sull'altro fronte Walter Veltroni, il Barack Obama de noantri, tenta di ribaltare i sondaggi che danno perdente, alla sua prima prova elettorale, il Partito Democratico. L'impresa è ardua, ma l'ex sindaco di Roma è uno che sul piano della comunicazione ci sa fare e questo oggi conta parecchio, piaccia o no, ai fini del risultato. Nel suo discorso di Spello ha dichiarato che non è l'Italia nel suo complesso a doversi rialzare, ma lo è invece la politica, chiusa in una torre d'avorio e incapace di affrontare seriamente i problemi del paese. Sono d'accordo solo in parte, nel senso che le colpe del degrado - fermo restano i diversi livelli di responsablità - vanno equamente distribuite e illegalità, scarso senso dello Stato, individualismo sfrenato (e l'elenco potrebbe continuare) sono appannaggio di molti.
- Da queste parti si seguono con interesse i movimenti a sinistra, sinistra che rischia, però, di scomparire dalla scena politica se non decide di mettere da parte personalismi e piccoli interessi di bottega. La Lista Arcobaleno è l'inevitabile portato di uno scenario che sta cambiando rapidamente, ma al momento sembra un matrimonio tra persone che non morivano dalla voglia di sposarsi. Ci sarà modo tornare sul programma, per capire in che modo si vuole affrontare la sfida con Veltrusconi.
lunedì, 28 gennaio 2008
Lo so, è successo di tutto e io non ho scritto nulla. Mastella, crisi di governo, il papa e la Sapienza, il ritorno del Cainano, varie ed eventuali, ma ero affaccendato in altre faccende (più importanti). Vedrò di buttar giù qualcosa. Per il momento gustatevi un intervento del caro amico Paolo, che ha risposto al mio appello per un articolo sulla questione rifiuti ( David...aspetto anche il tuo!). La sua riflessione inaugura un nuovo tag: GLI AMICI DEL BANCARIO SCRIVONO.
Caro Faustino,
ti ho promesso di scriverti qualcosa sui rifiuti campani ed eccomi qui. Se fossi Jena (“quella” Jena, che sta a pagina 3 della Stampa), ti liquiderei così: “Rifiuti campani: Mastella dice no al governo Prodi”. Ma non sono Jena, allora scrivo qualcosa per davvero. Anzitutto, credo di poter dire qualcosa perchè dal 2004 faccio il consigliere comunale, e mi occupo proprio della gestione dei rifiuti, e dell'arduo compito di aumentare la raccolta differenziata, con anche qualche discreta soddisfazione. Sui rifiuti campani mi sento di fare qualche considerazione, al limite del banale.
La prima: è evidente che l'unica soluzione al problema dei rifiuti è quella di farne il meno possibile. O meglio, utilizzare un “banale” percorso a passi successivi.
⇒ Comprare meno rifiuti possibili, ad esempio acquistando beni durevoli al posto di quelli "usa e getta", riparando le cose che si rompono, evitando gli imballaggi inutili, bevendo l'acqua di rubinetto e via dicendo. Sembra banale, ma in un Paese dove la vita media di un cellulare è inferiore all'anno e il consumo di acqua in bottiglia è ai vertici planetari forse ci sono ancora spazi di miglioramento. Sull'acqua in bottiglia ci sarebbe da scrivere a lungo, ma lasciamo perdere.
⇒ Prolungare la vita degli oggetti che si acquistano. Non cambiare una auto che funziona, una TV che si può ancora guardare (nel senso dell'apparecchio, purtroppo qui ci sono problemi di programmi che rendono la TV inguardabile, ma ne parleremo assieme all'acqua in bottiglia), una lavatrice che fa solo un po' di rumore.
⇒ Riutilizzare gli imballaggi “tal quali”, come si faceva una volta con il vuoto a rendere delle bottiglie del latte.
⇒ Riciclare i materiali classici: carta, vetro, plastica. Sarebbe meglio usare le bottiglie tal quali, ma se non servono vanno buttate al posto giusto.
⇒ Raccogliere in modo separato i rifiuti organici. I processi di compostaggio sono ormai sufficientemente in grado di produrre concime a partire dai rifiuti. E poi la parte umida è la peggiore da trattare, in qualsiasi tipo di impianto (discarica o inceneritore).
Seconda considerazione: la percentuale di raccolta differenziata dipende dal sistema di raccolta. Se cerchi in rete “Attilio Tornavacca” trovi un sacco di materiale scritto da lui che spiega molto bene questa cosa.
Terzo. La raccolta differenziata fa aumentare i costi. Anche tutti i passaggi descritti sopra costano, costano eccome. La cosa più economica è probabilmente quella di non differenziare nulla e buttare tutto in discarica. Certo, differenziando si recupera qualcosa dalla vendita dei materiali, ma mica si raccolgono diamanti, si raccoglie sempre carta sporca e vetro rotto. C'è, quindi, una competizione drammatica fra ragioni economiche e ragioni ambientali. In altri settori esiste una sinergia fra risparmio e ambiente, ad esempio per l'ottimizzazione dei consumi delle auto o del riscaldamento, ma in questo caso no...
martedì, 08 gennaio 2008
Eleonora Formisani, Carta.org, 8 gennaio 2008
Intervista a Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero, autori di «Biùtiful cautri», documentario su i crimini ambientali in Campania.
Per ora ha ricevuto una menzione speciale al Festival di Torino «per il raggiunto equilibrio tra impegno e rigore espressivo», e non è poco. «Biùtiful cauntri», il documentario che racconta i crimini ambientali che da oltre quattordici anni subisce la Campania, è partito bene, anche se è ancora in attesa di un distributore con un po’ di animo.
Il film è una fotografia reale e cruda di anni di violenza indisturbata subita dai cittadini, che svela la barbara attività dell’ecomafia. Qui non troverete pistole e proiettili ma rifiuti tossici, cave abusive, diossina, scarti velenosi di fonderia, allevatori che vedono giorno dopo giorno morire le loro pecore avvelenate da terreni malsani, cittadini che coltivano pomodori e pesche e che allevano bufale contaminate dal percolato che trabocca dalle discariche vicine.
A girarlo e sceneggiarlo, nell’ormai tristemente famoso «triangolo della morte» [Afragola, Giugliano, Acerra, Qualiano e Villarica], così chiamato per l’altissima incidenza di tumori, sono stati i «filmaker» Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero.
Li abbiamo incontrati per discuterne.
Alessandro Iacuelli, Carta.org, 8 gennaio 2008
Raccontare l’emergenza rifiuti campana, quella vera, non quella proposta dai mass media che in questi giorni hanno acceso i riflettori evidenziando una visione molto parziale del fenomeno, non è un’impresa difficile, poiché basta attenersi alla verità; una verità che è scomoda per l’Italia intera, trattandosi di un problema di tutto il Paese, e non di un pasticcio regionale. Si cerca di far passare il messaggio che si tratta di un problema limitato ad una regione, si cerca di sdoganare il concetto che la causa siano i cittadini che non vogliono gli impianti e le discariche vicino casa loro.
Nel fare questo si gioca sul fatto che il funzionamento del mondo dei rifiuti è più complesso di quanto il cittadino comune immagini. In realtà, la storia dell’emergenza rifiuti in Campania affonda le sue radici più indietro nel tempo e le sue cause profonde si annidano nei giorni tragici del terremoto irpino del 1980.
Quando le discariche c’erano e non erano di certo sature.
Di sicuro è sempre stato presente un deficit di impianti, ma questo deficit, soprattutto di impianti di recupero e di riciclaggio, è diffuso in tutto il Paese. La gestione dei rifiuti nella regione è sempre stata condotta in modo viziato dall’utopia del “tutto in discarica”, come se le discariche fossero infinite ed eterne. Spesso affidata ai comuni senza una gestione centralizzata, è andata avanti per decenni in modo scoordinato, dove spesso comuni limitrofi adottavano soluzioni diverse. In pratica, non c’è mai stato né un ciclo integrato di gestione dei rifiuti né un piano per la raccolta differenziata. E’ ovvio che un modo di agire del genere non dura in eterno: prima o poi le discariche usate dai comuni dovevano forzatamente esaurirsi.
domenica, 16 dicembre 2007
Non manca giorno che Fini non picchi duro sul suo ex alleato Berlusconi. Magari torneranno insieme, ma se avanti così il presidente di Alleanza Nazionale mi diventa il nuovo Marco Travaglio.
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