Alessandro Portelli, il manifesto, 7 ottobre 2007
Mettiamolo subito in chiaro: la cosiddetta antipolitica non esiste. Quella che chiamano antipolitica è solo politica che si esprime in forme e luoghi non convenzionali, con contenuti talora altri rispetto alla politica abituale, talora affini. Per questa ragione, è insensato farne di tutt'erba un fascio, lodarla in nome della presa di parola dal basso e della partecipazione popolare, o condannarla come eversione potenziale o in atto. Dipende. Dopo tutto, il compito della politica è distinguere.
Se un Beppe Grillo denuncia i monopoli e le multinazionali e cerca alternative ai consumi, è una cosa; se inneggia ai «sacri confini» della patria violati dall'ondata di rumeni e di Rom, è un'altra. Se parla sul blog o in piazza, è una cosa; se interviene al raduno politico del partito di Di Pietro, è un'altra. Ed è una cosa se se la piglia col vertice della Rai, un'altra se attacca i sostegni pubblici alla stampa indipendente (in modo da lasciare campo libero agli odiati monopoli). Se Sergio Rizzo e Gianantonio Stella denunciano i privilegi, le corruzioni, i costi della «casta», ci rendono un servizio importante; ma se poi tutto finisce in uno stesso calderone moralistico e indistinto, finisce per essere più che altro una conferma del vecchio «piove governo ladro» e per fornire ai ladri e ai corrotti il bell'alibi del «così fan tutti».
Il bollino nero dell'antipolitica, l'anatema della «piazza», oggi serve a squalificare tutto quello che si svolge fuori delle sedi deputate - il parlamento, Porta a Porta, le pagine dei giornali autorizzati. Così, la «piazza» che rumoreggia inneggiando al linciaggio del rom di Ascoli Piceno o dell'indiziato di turno a Garlasco autorizza a bollare come indebita e «barbarica» una magari controversa e discutibile ma certo non violenta e non eversiva trasmissione televisiva come quella di Santoro sulla giustizia.
E a paventare pericoli non solo per il governo ma per la democrazia stessa dalla manifestazione del 20 ottobre o persino da un normale esercizio di democrazia come il referendum sindacale sul protocollo del welfare. Per non parlare dell'opposizione popolare alla Tav e alla base americana di Vicenza (salvo poi arrendersi immediatamente e rinunciare ai suoi programmi e ai suoi principi davanti a una «piazza» chiamata Family Day).
Il risultato di tutto questo, naturalmente, è proprio di confermare quello che alimenta la rabbia indistinta della cosiddetta «antipolitica»: la percezione di una chiusura, di un rifiuto di ascolto, di una separazione ribadita fra la politica istituzionale e i suoi addetti ai lavori, e il resto dei cittadini. E quindi di alimentare, in questa confusa agitazione, precisamente il peggio.
Tutte le domeniche allo stadio l'altoparlante ripete che sono vietate espressioni riconducibili a propaganda politica. Ecco, secondo me l'antipolitica è questa: una politica che siccome non ha il coraggio di distinguere le manifestazioni di propaganda fascista e chiamarle col proprio nome, finisce per vietare tutto, e per scoprire poi che dentro e intorno allo stadio sono rimasti a muoversi e a parlare proprio solo i fascisti.
Mi pare una metafora di tendenze più generali. Una politica che considera nemico o sospetto chiunque parli fuori di sé finisce per lasciare la voce solo agli umori peggiori - alle grida di pena di morte, di Rom in galera, di sacri confini, di «tutti ladri e tutti corrotti» che non è antipolitica ma solo quello che di peggio la politica ha prodotto nel corso della nostra storia.
Mettiamolo subito in chiaro: la cosiddetta antipolitica non esiste. Quella che chiamano antipolitica è solo politica che si esprime in forme e luoghi non convenzionali, con contenuti talora altri rispetto alla politica abituale, talora affini. Per questa ragione, è insensato farne di tutt'erba un fascio, lodarla in nome della presa di parola dal basso e della partecipazione popolare, o condannarla come eversione potenziale o in atto. Dipende. Dopo tutto, il compito della politica è distinguere.
Se un Beppe Grillo denuncia i monopoli e le multinazionali e cerca alternative ai consumi, è una cosa; se inneggia ai «sacri confini» della patria violati dall'ondata di rumeni e di Rom, è un'altra. Se parla sul blog o in piazza, è una cosa; se interviene al raduno politico del partito di Di Pietro, è un'altra. Ed è una cosa se se la piglia col vertice della Rai, un'altra se attacca i sostegni pubblici alla stampa indipendente (in modo da lasciare campo libero agli odiati monopoli). Se Sergio Rizzo e Gianantonio Stella denunciano i privilegi, le corruzioni, i costi della «casta», ci rendono un servizio importante; ma se poi tutto finisce in uno stesso calderone moralistico e indistinto, finisce per essere più che altro una conferma del vecchio «piove governo ladro» e per fornire ai ladri e ai corrotti il bell'alibi del «così fan tutti».
Il bollino nero dell'antipolitica, l'anatema della «piazza», oggi serve a squalificare tutto quello che si svolge fuori delle sedi deputate - il parlamento, Porta a Porta, le pagine dei giornali autorizzati. Così, la «piazza» che rumoreggia inneggiando al linciaggio del rom di Ascoli Piceno o dell'indiziato di turno a Garlasco autorizza a bollare come indebita e «barbarica» una magari controversa e discutibile ma certo non violenta e non eversiva trasmissione televisiva come quella di Santoro sulla giustizia.
E a paventare pericoli non solo per il governo ma per la democrazia stessa dalla manifestazione del 20 ottobre o persino da un normale esercizio di democrazia come il referendum sindacale sul protocollo del welfare. Per non parlare dell'opposizione popolare alla Tav e alla base americana di Vicenza (salvo poi arrendersi immediatamente e rinunciare ai suoi programmi e ai suoi principi davanti a una «piazza» chiamata Family Day).
Il risultato di tutto questo, naturalmente, è proprio di confermare quello che alimenta la rabbia indistinta della cosiddetta «antipolitica»: la percezione di una chiusura, di un rifiuto di ascolto, di una separazione ribadita fra la politica istituzionale e i suoi addetti ai lavori, e il resto dei cittadini. E quindi di alimentare, in questa confusa agitazione, precisamente il peggio.
Tutte le domeniche allo stadio l'altoparlante ripete che sono vietate espressioni riconducibili a propaganda politica. Ecco, secondo me l'antipolitica è questa: una politica che siccome non ha il coraggio di distinguere le manifestazioni di propaganda fascista e chiamarle col proprio nome, finisce per vietare tutto, e per scoprire poi che dentro e intorno allo stadio sono rimasti a muoversi e a parlare proprio solo i fascisti.
Mi pare una metafora di tendenze più generali. Una politica che considera nemico o sospetto chiunque parli fuori di sé finisce per lasciare la voce solo agli umori peggiori - alle grida di pena di morte, di Rom in galera, di sacri confini, di «tutti ladri e tutti corrotti» che non è antipolitica ma solo quello che di peggio la politica ha prodotto nel corso della nostra storia.






