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   "I fatti che la Corte ha ritenuto provati dicono che il sen. Andreotti ha coltivato amichevoli rapporti con gli stessi boss mafiosi, ha chiesto loro favori, li ha incontrati, ha interagito con essi, ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui; ha omesso di denunciare la loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio Mattarella" (sentenza corte d'Appello, 2 maggio 2003, confermata in Cassazione)

 



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martedì, 09 ottobre 2007
 

Grillismo /3

Alessandro Portelli, il manifesto, 7 ottobre 2007

Mettiamolo subito in chiaro: la cosiddetta antipolitica non esiste. Quella che chiamano antipolitica è solo politica che si esprime in forme e luoghi non convenzionali, con contenuti talora altri rispetto alla politica abituale, talora affini. Per questa ragione, è insensato farne di tutt'erba un fascio, lodarla in nome della presa di parola dal basso e della partecipazione popolare, o condannarla come eversione potenziale o in atto. Dipende. Dopo tutto, il compito della politica è distinguere.
Se un Beppe Grillo denuncia i monopoli e le multinazionali e cerca alternative ai consumi, è una cosa; se inneggia ai «sacri confini» della patria violati dall'ondata di rumeni e di Rom, è un'altra. Se parla sul blog o in piazza, è una cosa; se interviene al raduno politico del partito di Di Pietro, è un'altra. Ed è una cosa se se la piglia col vertice della Rai, un'altra se attacca i sostegni pubblici alla stampa indipendente (in modo da lasciare campo libero agli odiati monopoli). Se Sergio Rizzo e Gianantonio Stella denunciano i privilegi, le corruzioni, i costi della «casta», ci rendono un servizio importante; ma se poi tutto finisce in uno stesso calderone moralistico e indistinto, finisce per essere più che altro una conferma del vecchio «piove governo ladro» e per fornire ai ladri e ai corrotti il bell'alibi del «così fan tutti».
Il bollino nero dell'antipolitica, l'anatema della «piazza», oggi serve a squalificare tutto quello che si svolge fuori delle sedi deputate - il parlamento, Porta a Porta, le pagine dei giornali autorizzati. Così, la «piazza» che rumoreggia inneggiando al linciaggio del rom di Ascoli Piceno o dell'indiziato di turno a Garlasco autorizza a bollare come indebita e «barbarica» una magari controversa e discutibile ma certo non violenta e non eversiva trasmissione televisiva come quella di Santoro sulla giustizia.
E a paventare pericoli non solo per il governo ma per la democrazia stessa dalla manifestazione del 20 ottobre o persino da un normale esercizio di democrazia come il referendum sindacale sul protocollo del welfare. Per non parlare dell'opposizione popolare alla Tav e alla base americana di Vicenza (salvo poi arrendersi immediatamente e rinunciare ai suoi programmi e ai suoi principi davanti a una «piazza» chiamata Family Day).
Il risultato di tutto questo, naturalmente, è proprio di confermare quello che alimenta la rabbia indistinta della cosiddetta «antipolitica»: la percezione di una chiusura, di un rifiuto di ascolto, di una separazione ribadita fra la politica istituzionale e i suoi addetti ai lavori, e il resto dei cittadini. E quindi di alimentare, in questa confusa agitazione, precisamente il peggio.
Tutte le domeniche allo stadio l'altoparlante ripete che sono vietate espressioni riconducibili a propaganda politica. Ecco, secondo me l'antipolitica è questa: una politica che siccome non ha il coraggio di distinguere le manifestazioni di propaganda fascista e chiamarle col proprio nome, finisce per vietare tutto, e per scoprire poi che dentro e intorno allo stadio sono rimasti a muoversi e a parlare proprio solo i fascisti.
Mi pare una metafora di tendenze più generali. Una politica che considera nemico o sospetto chiunque parli fuori di sé finisce per lasciare la voce solo agli umori peggiori - alle grida di pena di morte, di Rom in galera, di sacri confini, di «tutti ladri e tutti corrotti» che non è antipolitica ma solo quello che di peggio la politica ha prodotto nel corso della nostra storia.
postato da fcaffa | 23:28 | commenti (1)| link
politica, grillismo



sabato, 29 settembre 2007
 

Grillismo /2

Intervista a Giulietto Chiesa - Megachip / Rinascita

«Se dovessi dire una cosa a Beppe? Gli direi che condivido in pieno la sua critica alla classe politica, alla quale aggiungerei però quella ai grandi manager pubblici e privati. A cominciare da Paolo Scaroni che è a capo della più grande azienda pubblica italiana, l'Eni, dopo essere stato condannato due volte e dopo avere due volte patteggiato la pena». Giulietto Chiesa ha una sua idea sul vaffanculo day di Grillo. Quella del comico genovese, «non è la cura, e un sintomo. Noi stiamo assistendo alla fine della democrazia liberale. La reazione a questo evento epocale può avere anche delle forme virulente, non necessariamente negative. L'iniziativa di Grillo ha una forma estrema, radicale, perfino drammatica, non la si può liquidare come antipolitica».

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postato da fcaffa | 12:47 | commenti (3)| link
grillismo