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domenica, 09 settembre 2007
Caro Manifesto,
nella sua omelia domenicale del 9 settembre Eugenio Scalfari, in risposta alla Rossanda, scrive che il bilancio contributivo dell'Inps è sì in pareggio, ma in largo passivo con le uscite assistenziali che se venissero espunte dal bilancio Inps dovrebbero essere a carico della fiscalità generale. E alla Rossanda pone, con tono secco, una domanda: come pensa, dunque, la signora di risolvere il problema? Retropensiero di Scalfari: Rossanda, lascia perdere 'sta questione che non è roba per te e non dire più bischerate.
Ma il 13 luglio 2003 un certo Scalfari così scriveva su Repubblica, in un articolo intitolato "I conti truccati sull'allarme pensioni": "Cominciamo anzitutto da una falsità sulla quale è stata costruita la leggenda metropolitana delle pensioni "rovinatutto": l'insostenibile disavanzo dell'Inps che grava come un macigno sui conti dello Stato [...] Le cifre aggiornate sono le seguenti: spese pensionistiche contributive 145 miliardi; entrate per contributi 134 miliardi; sbilancio 11 miliardi. Ma ecco l'inghippo: le uscite pensionistiche totali dell'Inps non sono di 145 bensì di 174 miliardi di euro. Lo sbilancio totale sale dunque a 40 miliardi. Di che si tratta? [...] Si tratta semplicemente del fatto che quei 29 miliardi di sbilancio (più gli 11 dovuti a disavanzo contributivo) sono da imputare non già al sistema della previdenza bensì a quello dell'assistenza sociale. E cioè: pensioni d'invalidità, pensioni sociali o di povertà, integrazioni al minimo. Questo robusto complesso di erogazioni non ha niente a che vedere con la previdenza. Risulta evidente a tutti - e lo capirebbe anche un bambino - che queste spese sono di natura assistenziale e non previdenziale; infatti non hanno a fronte alcun contributo e debbono pertanto essere finanziate dalla fiscalità generale. Però passano attraverso l'Inps e quindi i nostri "muezzin" gracchiano che le pensioni creano un onere di 40 miliardi l'anno a carico del Tesoro, cioè di tutti noi. Falso, assolutamente falso".
Domanda: Lo Scalfari del 13 luglio 2003 è un omonimo dell'esimio fondatore di Repubblica oppure le considerazioni cambiano al cambiare dei ministri e delle maggioranze?
Fausto Caffarelli - Torino
giovedì, 05 luglio 2007
Luciano Gallino, La Repubblica, 5 luglio 2007
Signori Presidenti del Consiglio d´Amministrazione e del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell´Inps,
abbiamo bisogno di lumi. Siamo un gruppo di persone i cui figli e nipoti sono preoccupati perché temono che a suo tempo non avranno più una pensione, o almeno una pensione decente. Alla
base delle loro preoccupazioni v´è un´idea fissa: che il bilancio dell´Inps sia un disastro, o ci sia
vicino. L´hanno interiorizzata sentendo quanto affermano ogni giorno politici, economisti ed esperti di previdenza, associazioni imprenditoriali, esponenti della Commissione europea. Non tutti costoro, è vero, menzionano esplicitamente l´Inps. Ma tutti sostengono che le uscite dovute al pagamento delle pensioni risultano talmente superiori alle entrate da rappresentare una minaccia devastante per i conti dello Stato. Che tale deficit peggiorerà di sicuro nei decenni a venire, poiché pensionati sempre più vecchi riscuotono la pensione più a lungo, mentre diminuisce il numero di lavoratori attivi che pagano i contributi. Che allo scopo di ridurre il monte delle pensioni erogate in futuro bisogna allungare al più presto l´età pensionabile e abbassare i coefficienti che trasformano il salario in pensione. Dal complesso di tali affermazioni pare evidente che chi parla ha in mente anzitutto l´istituto che eroga quasi il 75 per cento, in valore, di tutte le pensioni italiane. Cioè l´Inps. E il suo bilancio. Pressati dai nostri giovani - quasi tutti lavoratori dipendenti o prossimi a diventarlo - che ci domandano dove stia l´insostenibile pesantezza del deficit della previdenza pubblica che minaccia il loro futuro, abbiamo passato qualche sera, in gruppo, a scorrere il bilancio preventivo 2007 dell´Inps. Tomo I, pagine 933. E ora abbiamo un problema. Perché non siamo riusciti a comprendere da dove provenga la necessità categorica di elevare subito l´età pensionabile, e di abbassare l´entità delle future pensioni, pena il crollo della solidarietà tra le generazioni e altre catastrofi...
Luciano Gallino, La Repubblica, 17 giugno 2007
Riferendosi alla legge 30 sul mercato del lavoro, il presidente di Confindustria Montezemolo ha affermato giorni fa che «tutte le norme che hanno introdotto flessibilità hanno dati eccellenti risultati in termini di sviluppo e di occupazione». Di conseguenza la legge non va toccata. Da parte sua il ministro del Lavoro Cesare Damiano ha ribadito, in varie occasioni, di non avere mai pensato di cancellare o abolire la legge 30. Intende semmai eliminare quegli articoli del suo decreto attuativo, il numero 276 del 2003, che hanno introdotto tipologie di lavoro poco utilizzate o fortemente precarizzanti, quali il lavoro a chiamata e l´affitto di interi gruppi di lavoratori (il cosiddetto staff leasing) da un´agenzia somministratrice ad un´impresa utilizzatrice.
L´affermazione per cui una maggior flessibilità del lavoro accelera lo sviluppo e aumenta l´occupazione ricorre da almeno vent´anni, impermeabile a qualsiasi obiezione contraria. Di fatto, in Italia come in altri paesi europei la flessibilità in tale periodo, ma soprattutto nell´ultimo decennio, è molto aumentata. Essa, in sostanza, ha voluto dire attribuire alle imprese la facoltà di utilizzare e retribuire la forza lavoro "giusto in tempo", come si fa con i componenti di un´auto; cioè solo quando serve, e solo fintanto che serve. Da cui la moltiplicazione dei contratti a termine di breve durata, dei lavori a tempo parziale, dei lavoratori obbiettivamente subordinati ma formalmente autonomi, come si rileva nel caso di tre quarti almeno delle vecchie collaborazioni continuative, riverniciate dalla legge 30 come lavori a progetto. Intanto che le ricadute effettive sul volume dell´occupazione dipendente, quando si misurino con metodi seri, appaiono prossimi a zero. Nel Regno Unito, massimo incubatore di lavoro flessibile sin da tempi dei governi Thatcher, l´occupazione è risultata sì in aumento, ma soprattutto perché i criteri di definizione della condizione di occupato, disoccupato, persona non attiva ecc. sono stati manipolati decine di volte finché le cifre non hanno dimostrato quel che si voleva – l´aumento degli occupati registrati sul totale (manipolato) delle forze di lavoro. Quanto all´Italia, il favoloso aumento di oltre un milione di occupati tra il 2001 e il 2006 vantato dal governo Berlusconi è ascrivibile, dati alla mano, per oltre l´ottanta per cento alla regolarizzazione degli immigrati che già lavoravano come clandestini...
mercoledì, 01 novembre 2006
Carlo Gambescia smitizza il modello sociale statunitense.
Carlo Gambescia, blog
venerdì, 13 ottobre 2006
Hanno dato il Nobel della pace al banchiere Muhammad Yunus. Il titolare di questo blog ne ha raccontato le gesta sette anni fa. Leggi qui.
martedì, 28 marzo 2006
Silvia Giannini / Maria Cecilia Guerra, Lavoce.info
In questi giorni vi sono state roventi polemiche sul futuro della tassazione delle attività finanziarie, ma spesso l’informazione è stata parziale o fuorviante. Proviamo a rispondere alle domande più frequenti e sfatare alcuni luoghi comuni...
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venerdì, 10 marzo 2006
Maurizio Blondet, Effedieffe.com
«Investitori attenti!», grida dall'Herald Tribune Daniel Wagner, analista dei rischi con sede a Manila (1).La novità è che il suo articolo sia stato pubblicato, che non è stato censurato.E' finito il tempo dei tranquillanti tipo «tutto va bene nell'economia globale». Ora suonano tutti insieme una miriade di campanelli d'allarme. Wagner consiglia: non spendete più a credito, non gettate denaro preso in prestito in azioni «iper-inflazionate»...
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mercoledì, 08 marzo 2006
fonte: Wall Street Italia
La settimana del 20-26 marzo rappresentera’ l’inizio di una crisi politica che potrebbe sfociare in una crisi economica e finanziaria simile al 1929. Motivi: la borsa petrolifera di Teheran in euro e l'abolizione della M3 da parte della Fed...
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