Marco Travaglio, l'Unità, 2 giugno 2007
Il direttore mi chiede una testimonianza «dall’interno» su «Annozero». In realtà non c’è molto da dire sul «dietro le quinte», anche perché ormai le vergogne peggiori avvengono alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti. E, soprattutto, «prima» dei fatti. Per due settimane, da quando Santoro annunciò l’intenzione di acquistare il reportage della Bbc (visto su Internet da 100 milioni di persone nel mondo e da 3-4 in Italia), insigni commentatori, amministratori Rai e politici hanno dedicato fiumi di recensioni preventive a un programma non ancora trasmesso. Il «Giornale» aveva già stabilito che Santoro avrebbe «diffamato la Chiesa», o il Papa, o tutti e due. Ferrara aveva già deciso che il documentario della Bbc era «spazzatura», un «cumulo di falsità». Il consigliere Rai in quota Udc, Marco Staderini, non si poneva nemmeno il problema, perché «quel che dice la Bbc è già stato confutato da “Avvenire”» (fonte notoriamente super partes). E con i suoi quattro sodali polisti minacciava di licenziare il direttore generale Cappon per aver osato acquistare un reportage dalla più prestigiosa emittente pubblica del mondo. Il direttore dei Gr Valzania telefonava a Odifreddi, dicendo di parlare a nome del direttore generale (che pure, stavolta, s’è comportato da uomo), per raccomandargli di «non esagerare». Intanto la sagace Isabella Bertolini di Forza Italia, una sorta di James Bondi in gonnella, invitava gli italiani a spegnere la tv in attesa che finisse la messa nera e cominciasse quella bianca, officiata da Bruno Vespa (una memorabile serata riparatoria sul terzo segreto di Fatima dal titolo: «Cosa disse la Madonna a suor Lucia?», ospite Andreotti). Insomma pareva dovesse venire giù il mondo. Invece tutti hanno potuto assistere a un programma che ha dato la parola a tutte le parti e gli orientamenti, ha mostrato testimonianze inoppugnabili, ha corretto la sola debolezza del reportage (quella che accostava Ratzinger al documento del 1962) e partendo dai fatti ha interpellato gli ospiti senza tacere nulla. La tensione in studio si tagliava con il coltello. Monsignor Fisichella, dinanzi al racconto dei casi di pedofilia che qualcuno liquidava come menzogne, si rendeva ben conto che erano verità e, pur nelle sembianze di una statua di sale, reagiva con impercettibili tremiti delle mani. Il giornalista irlandese Colm O’Gormsn lo incalzava implacabile, ma senza mai intaccarne la pacata sicurezza che viene da 2000 anni di storia della Chiesa. E questo sebbene la traduzione dei suoi «lei non mi ha risposto», «ma questo non è vero» suonasse in studio troppo vibrante. Anch’io sulle prime mi sono scoperto a pensare che forse Colm esagerava, forse era troppo aggressivo. Poi ho pensato: ma al suo paese fanno tutti, o quasi tutti, così. In ogni vera democrazia i giornalisti sono quasi tutti come lui e quasi nessuno come Vespa. O sono aggressivi, o non sono. E quando si trovano dinanzi un potente, lo torchiano. Il che spiega perché in Italia i politici vanno tanto spesso e volentieri in tv e all’estero molto meno: da noi, salvo eccezioni, non si fanno domande. In fondo, l’ansia di coprire e silenziare che emerge dal Crimen Sollicitationis e dalle prassi delle gerarchie, anche di fronte a casi emersi recentissimamente come quello di Firenze raccontato in studio da quattro credenti coraggiosi, è la stessa paura della verità che attanaglia la nostra politica e le sue pròtesi televisive. È come se il «Crimen Sollicitationis», tardivamente archiviato dal Vaticano, seguitasse tuttoggi a regolare le prassi dei partiti italiani e dell’informazione al seguito. Il che spiega perché tanti, troppi, ritenevano non si dovesse parlare della Chiesa che riteneva non si dovesse parlare della pedofilia nel clero. Il problema, qui, non è mai la faccia sporca, ma lo specchio che la mostra, l’obiettivo che la fotografa, la telecamera che la filma, la penna che la descrive, la voce che la racconta. A furia di ricevere ordini dai politici, molti giornalisti han finito con l’abituarsi all’idea che è giusto e normale così. E convivono con la censura. L’altra sera, quando il camerata Fini ha annunciato in diretta a «Ballarò» la soppressione di «Annozero», il semiconduttore non gli ha neppure chiesto a che titolo parlasse, chi fosse lui per deciderlo, come si permettesse. Ha semplicemente tirato avanti, per antica abitudine. «La verità - ha detto ad “Annozero” un giovane giornalista cattolico di “Adista” - non può che far bene alla Chiesa». E poi, rivolto a Fisichella: «Non abbiate paura!». Lo diceva già Giovanni Paolo II, no? Per fortuna, ormai, il sistema è talmente debole, timoroso di tutto, rannicchiato su un’eterna difensiva, spaventato dalle sue ombre e dai fantasmi che esso stesso si fabbrica, che basta una schìcchera per farlo crollare. Basta provarci. Mentre tutti si domandano tremanti «chissà se questo si può dire», è sufficiente che qualcuno lo dica per mostrare che si può: basta volerlo. E se, quando questo accade, qualcuno s’interroga atterrito su «che cosa succederà adesso», scoprirà con sua grande sorpresa che non succede nulla. Se «Annozero» ha sortito questo risultato, cioè mostrare che il re è nudo e che non esistono tabù per chi non li accetta, è stato un successo clamoroso, molto più dei dati di ascolto. Merito non solo di Santoro e della sua redazione, ma anche di monsignor Fisichella, che s’è smarcato dai difensori non richiesti (i «pretofili», direbbe Vauro) partecipando a un dibattito che quelli volevano bloccare, dipingendo «Annozero» come un mattatoio e Santoro come l’Anticristo. Fisichella ci ha messo la faccia ed è uscito a testa alta. Nel vederlo all’opera, anche il mangiapreti più impenitente avrà capito perchè la Chiesa vive da 2 millenni, mentre i nostri politici sono già morti da un pezzo, anche se nessuno li ha ancora avvertiti.






