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martedì, 30 ottobre 2007
Chi legge abitualmente questo blog sa benissimo che la richiesta d'istituire una commissione parlamentare sui fatti di Genova è una mia fissazione, ai limiti della paranoia. Lasciamo perdere le folli di dichiarazioni di Mastella che ha dichiarato di non aver letto nel programma dell'Unione alcun riferimento a tale commissione, perchè il ministro della Giustizia è ormai diventato un caso da ricovero e la sua presenza nel governo una iattura. Mi aveva stupito, piuttosto, la posizione dell'on.Di Pietro che, nel respingere la commissione, aveva addotto come motivo il fatto che si volesse indagare solo sulle responsabilità delle forze dell'ordine. Un articolo di Marco Travaglio lo ha costretto a fare dietrofront, anche se alla fine la domanda è sempre la solita: a quando l'istituzione della commissione, ai sensi della pag.77 del programma dell'Unione?
giovedì, 25 ottobre 2007
martedì, 23 ottobre 2007
Marco Travaglio, l'Unità, 19 ottobre 2007
L’altra sera Giulio Andreotti pontificava in tv su Maria Callas in veste di musicologo, mentre a Porta a Porta Francesco Cossiga raccontava quanto gli piaceva lady Diana. Nel frattempo è uscito il libro di Giovanni Moro, "Settantotto", che racconta a questo paese smemorato lo spettacolare fallimento della gestione del sequestro di suo padre da parte del ministro Cossiga e le incredibili bugie raccontate dal premier Andreotti. Naturalmente nessuno chiama costoro a rispondere su cose serie come queste: al più li si interpella sulla Callas e su Lady D. Nel 1999, quando Andreotti fu assolto in primo grado per insufficienza di prove a Palermo, l'insetto allestì un triduo di festeggiamenti per raccontare che l'amico Giulio con la mafia non c'entrava (salvo naturalmente tacere che già in quella sentenza c'erano elementi politicamente e moralmente gravissimi, così come tacque quando le sentenze d'appello e di Cassazione ribaltarono la prima, stabilendo che il reato c'era, ma era prescritto fino al 1980). Ovviamente senza contraddittorio: le balle, in tv, non possono essere smentite, diversamente dalle verità, che devono essere smentite. Sulle ali dell'entusiasmo, il prescritto a vita se la prese col giudice Mario Almerighi, uno degli amici più cari di Falcone, che aveva testimoniato contro di lui a proposito dei suoi affettuosi rapporti col giudice Carnevale (ora reintegrato in Cassazione grazie a una legge ad personam che l'Unione s'è ben guardata dal cancellare): in particolare, sulle pressioni esercitate da Andreotti sull'allora Guardasigilli Virginio Rognoni per bloccare un procedimento disciplinare contro il cosiddetto "Ammazzasentenze". Pressioni che Almerighi aveva appreso da un amico, il sen. Pierpaolo Casadei Monti, allora capogabinetto al ministero. Il quale però, al processo, non se la sentì di confermare. Così Andreotti si scatenò contro Almerighi dandogli del «falso testimone», anzi del «pazzo» che racconta «infamie», lo paragonò ai «falsi pentiti» prezzolati e aggiunse che affidare la giustizia a gente come lui «è come lasciare la miccia nelle mani di un bambino». Almerighi querelò. Andreotti tentò di salvarsi con la solita insindacabilità-impunità parlamentare e nel gennaio del 2001 il Senato gli regalò con voto bipartisan lo scudo spaziale. Ma la Corte costituzionale glielo tolse («Non spetta al Senato affermare che le opinioni espresse dal senatore Andreotti costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni»). Così il processo ripartì e finalmente, il 15 giugno scorso, il prescritto a vita è stato condannato dal Tribunale di Perugia a 2mila euro di multa (interamente condonata dall'indulto-vergogna, che copre anche le pene pecuniarie), oltre a 20mila euro di provvisionale a titolo di acconto del risarcimento del danno da fissare in separata sede civile. L'altroieri è uscita la motivazione della sentenza firmata dal giudice Massimo Riciarelli, ma naturalmente nessun tg, nessun giornale e nessun Porta a porta han dato la notizia per smentire le balle di Andreotti. E basta leggere le 32 pagine per capire il perché: il senatore, già 7 volte presidente del Consiglio e 18 volte ministro, da tutti riverito come un padre della patria, è giudicato colpevole didiffamazione perché «ben consapevole che le sue parole gravemente diffamatorie, inutilmente volte a gettare fango su Almerighi, erano destinate alla divulgazione e alla pubblicazione». Quanto ad Almerighi, «può ritenersi provata la circostanza che quel tipo di confidenza (sui traffici di Andreotti pro Carnevale, ndr) gli era stata fatta per davvero» da Casadei Monti: lo provano le «concordi deposizioni» di almeno tre magistrati e l'atteggiamento dello stesso Almerighi il quale, «spinto da un'ansia di verità, che muoveva dallo sdegno per i tanti morti tra le file dei suoi amici» (da Ciaccio Montalto a Falcone e Borsellino), giunse «a divaricare la sua posizione da quella dell'amico confidente Casadei Monti, a costo di esporre lui o se stesso al rischio di non esser creduto». Almerighi dunque ha detto la verità; Andreotti invece «plurime esternazioni menzognere» e insulti «lanciati come strali dinanzi ai quale si resta impietriti».
domenica, 21 ottobre 2007
Giuseppe D'Avanzo, La Repubblica, 21 ottobre 2007
Immaginiamo di essere non nell´ottobre 2007, ma nello stesso mese del 2005. Un pubblico ministero indaga il capo del governo (è Berlusconi) e il suo ministro di giustizia (è Castelli). Gli sottraggono una prima inchiesta, avocata dal procuratore capo. Il pubblico ministero si mette al lavoro su un´altra inchiesta. In un passaggio dell´indagine che egli ritiene decisivo, il ministro di Giustizia (le indagini raccontano che è in buoni rapporti con due degli indagati) chiede – come una nuova legge gli permette – il trasferimento cautelare del pubblico ministero a un altro ufficio. Sarebbe la definitiva morte dell´inchiesta.
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E' sempre difficile stare dietro il flusso delle notizie, in una realtà come la nostra nella quale scorrono milioni di informazioni, spesso confuse e contraddittorie. Mi pare che le questioni inerenti il treno ad alta capacità Torino-Lione rientrino, a pieno titolo, in questo caos informativo e un riassunto delle "puntate" è ormai d'obbligo. Questo intervento, pur di di parte, del prof.Angelo Tartaglia, mette a fuoco la situazione.
prof. Angelo Tartaglia, Megachip, 16 ottobre 2007
Vedo circolare in rete messaggi di cui fatico a capire il senso e l'obiettivo. Mi scuso se travalicherò i confini di un ruolo strettamente tecnico, ma ritengo che qualche commento possa essere utile. Non mi pare il caso di ricostruire storicamente una vicenda che tutti conoscono, ma ne riprendo soltanto l'essenziale.
Il governo (anzi: i governi e gran parte della classe dirigente del paese) vogliono fare, a spese pubbliche, una serie di grandi gallerie in Val di Susa. La cosa è assurda in quanto immotivata, nociva e antieconomica. I proponenti però dispongono di potentissimi strumenti di propaganda, per il tramite di tutti i maggiori mezzi di comunicazione, i quali inoltre esercitano una censura strettissima (anche oggi) non facendo filtrare nessuna argomentazione critica di merito...
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lunedì, 15 ottobre 2007
Avevo promesso un post sull'11 settembre e, con un certo ritardo, lo propongo adesso all'attenzione di chi mi segue. Fin dalla sua nascita questo blog si è occupato della questione, assumendo una posizione decisamente critica sulla ricostruzione ufficiale di un evento che ha segnato senza ombra di dubbio la nostra storia recente. Le tante incongruenze e le domande apparentemente senza risposta mi hanno portato a pensare, sinora, che il governo statunitense non abbia fatto tutto quello che poteva per evitare la morte di migliaia di persone. Ho letto decine di libri e raccolto parecchi articoli che sposano questa linea e quella, ancora più sconcertante, dell'auto-attentato. Nell'ultimo periodo, però, ho letto con attenzione anche alcune interessanti confutazioni di tali ipotesi e ritengo, quindi, che sia necessario da parte mia una salutare pausa di riflessione per chiarirmi meglio le idee. Noam Chomsky ha scritto che sull' 11 settembre conosceremo la verità fra cent' anni. Spero di capirci qualcosa un po' prima.
Il "buon" Uolter ce l'ha fatta e com'era prevedibile è stato incoronato segretario del Partito Democratico. Mi pare che ci sia un eccesso di enfasi sui dati della partecipazione, soprattutto se confrontati con il bacino degli elettori di Ds e Margherita. Comunque sia è sempre positivo quando i cittadini vengono coinvolti direttamente nelle decisioni politiche, anche se come ha dichiarato l'on.Mussi: "E' nato un partito nuovo, ma non si è capito quale". Personalmente, se fossi andato a votare, avrei scelto la più coriacea e battagliera Rosy Bindi. Il mio sguardo, attualmente, è più rivolto a sinistra e auspico che anche da quelle parti si faccia uno sforzo per aggregare partiti e partitini. Missione impossibile?
martedì, 09 ottobre 2007
Alessandro Portelli, il manifesto, 7 ottobre 2007
Mettiamolo subito in chiaro: la cosiddetta antipolitica non esiste. Quella che chiamano antipolitica è solo politica che si esprime in forme e luoghi non convenzionali, con contenuti talora altri rispetto alla politica abituale, talora affini. Per questa ragione, è insensato farne di tutt'erba un fascio, lodarla in nome della presa di parola dal basso e della partecipazione popolare, o condannarla come eversione potenziale o in atto. Dipende. Dopo tutto, il compito della politica è distinguere.
Se un Beppe Grillo denuncia i monopoli e le multinazionali e cerca alternative ai consumi, è una cosa; se inneggia ai «sacri confini» della patria violati dall'ondata di rumeni e di Rom, è un'altra. Se parla sul blog o in piazza, è una cosa; se interviene al raduno politico del partito di Di Pietro, è un'altra. Ed è una cosa se se la piglia col vertice della Rai, un'altra se attacca i sostegni pubblici alla stampa indipendente (in modo da lasciare campo libero agli odiati monopoli). Se Sergio Rizzo e Gianantonio Stella denunciano i privilegi, le corruzioni, i costi della «casta», ci rendono un servizio importante; ma se poi tutto finisce in uno stesso calderone moralistico e indistinto, finisce per essere più che altro una conferma del vecchio «piove governo ladro» e per fornire ai ladri e ai corrotti il bell'alibi del «così fan tutti».
Il bollino nero dell'antipolitica, l'anatema della «piazza», oggi serve a squalificare tutto quello che si svolge fuori delle sedi deputate - il parlamento, Porta a Porta, le pagine dei giornali autorizzati. Così, la «piazza» che rumoreggia inneggiando al linciaggio del rom di Ascoli Piceno o dell'indiziato di turno a Garlasco autorizza a bollare come indebita e «barbarica» una magari controversa e discutibile ma certo non violenta e non eversiva trasmissione televisiva come quella di Santoro sulla giustizia.
E a paventare pericoli non solo per il governo ma per la democrazia stessa dalla manifestazione del 20 ottobre o persino da un normale esercizio di democrazia come il referendum sindacale sul protocollo del welfare. Per non parlare dell'opposizione popolare alla Tav e alla base americana di Vicenza (salvo poi arrendersi immediatamente e rinunciare ai suoi programmi e ai suoi principi davanti a una «piazza» chiamata Family Day).
Il risultato di tutto questo, naturalmente, è proprio di confermare quello che alimenta la rabbia indistinta della cosiddetta «antipolitica»: la percezione di una chiusura, di un rifiuto di ascolto, di una separazione ribadita fra la politica istituzionale e i suoi addetti ai lavori, e il resto dei cittadini. E quindi di alimentare, in questa confusa agitazione, precisamente il peggio.
Tutte le domeniche allo stadio l'altoparlante ripete che sono vietate espressioni riconducibili a propaganda politica. Ecco, secondo me l'antipolitica è questa: una politica che siccome non ha il coraggio di distinguere le manifestazioni di propaganda fascista e chiamarle col proprio nome, finisce per vietare tutto, e per scoprire poi che dentro e intorno allo stadio sono rimasti a muoversi e a parlare proprio solo i fascisti.
Mi pare una metafora di tendenze più generali. Una politica che considera nemico o sospetto chiunque parli fuori di sé finisce per lasciare la voce solo agli umori peggiori - alle grida di pena di morte, di Rom in galera, di sacri confini, di «tutti ladri e tutti corrotti» che non è antipolitica ma solo quello che di peggio la politica ha prodotto nel corso della nostra storia.
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