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domenica, 30 gennaio 2005
Se qualcuno volesse diventare un bravo giornalista si ricordi che il riserbo è massimo, le soluzioni sono drastiche, l’omicidio è efferato e la polizia brancola nel buio, il caso è eclatante e ha scatenato un dibattito infuocato, la tensione è alle stelle (e anche i prezzi), i danni sono rilevanti, l’appello è accorato, la polemica è rovente, le spinte si sono esaurite, il cordoglio è unanime, la furia è cieca, il percorso è obbligato e, ovviamente, Ciampi esorta al dialogo.
(continua)
martedì, 25 gennaio 2005
Il povero iracheno non sa che fare. L'Ayatollah Ali al Sistani gli dice che se non va a votare finisce all'inferno, mentre Al-Zarqawi minaccia di farlo saltare in aria se si avvicina alle urne. Comunque vada sarà un insuccesso.
lunedì, 24 gennaio 2005
Sapete, no, c’è sempre uno studio britannico o statunitense che ti spiega come va la vita. L’ultimo (traggo la notizia da “Repubblica” di oggi), partorito dalla fertile mente di un docente di psicologia dell’Università di Cardiff, tale Cliff Arnall, sostiene che il 24 gennaio è il giorno peggiore dell’anno perché questo è un periodo in cui 1) fa freddo da morire 2) sul nostro conto corrente di banca è appena arrivato l’addebito della carta di credito con le folli spese sostenute nel periodo natalizio 3) ci stiamo rendendo conto che i buoni propositi di fine anno non potranno essere mantenuti. Roba scientifica, ehi. Ma quest'estate, statene certi, sarà reso noto un altro studio, diciamo dell’Università di Liverpool, che sosterrà invece che il giorno più brutto è il 17 luglio, perché 1) abbiamo pagato la rata semestrale del mutuo 2) fa caldo che più caldo non si può e giriamo boccheggiando per casa 3) con le vacanze alle porte ci stiamo sottoponendo a una dieta ferrea per avere un fisichino mica male da esibire in spiaggia, ma non caliamo di un etto che uno. E in autunno, statene stracerti, una ricerca dell’Università di Glasgow sosterrà che, no, il giorno peggiore è il 30 settembre perché 1) Dio, che regali dovrò fare a Natale? 2) e l'avevo detto a mia moglie che in agosto era meglio andare in montagna 3) sono iniziate le scuole e tutte le sante sere dobbiamo aiutare nostro figlio a finire una carrettata di compiti. Così va la vita, secondo gli approfonditi studi anglostatunitensi.
Gustavo Selva (AN): "Abbiamo dovuto mascherare Antica Babilonia come operazione umanitaria perché altrimenti dal Colle non sarebbe mai arrivato il via libera". Via, un qualcosina si era capito anche noi.
venerdì, 21 gennaio 2005
Bush: "Basta tiranni nel mondo". Che fa, si dimette?
mercoledì, 19 gennaio 2005
Tutto serve. Tanti
anni fa, in Spagna, lessi su un muro «Los guerrilleros de Cristo Rey, somos la
ley». Gesù guerrigliero, di estrema destra. A quando Gandhi alfiere dell’impero?
Del resto, nella pubblicità è già stato ripetutamente usato, come Gesù. Nel ’99
falliscono i bombardamenti della Nato in Jugoslavia? Niente paura. Si organizzano,
e si finanziano bene, potenti manifestazioni popolari nonviolente e Milosevic
(il quale se lo merita pure) cade. Il metodo è quello di Gandhi, e delle grandi
rivoluzioni nonviolente dell’89 nell’Europa orientale. Certo, non è solo
manipolazione, c’è una vera insorgenza popolare contro autoritarismi e
dittature. Ma il metodo serve a qualunque scopo. Serbia, Georgia, Ucraina:
funziona! Sto leggendo l’articolo Nell’ombra
delle “rivoluzioni spontanee”, di Régis Genté e Laurent Rouy, su Le Monde Diplomatique (gennaio 2005, p.
6).
Dove un potere deve
un po' aggiustare le elezioni per legittimarsi - ma questo non è successo anche
negli Usa, modello di democrazia da esportazione forzata? - oltre il
monitoraggio internazionale si infiltrano organizzazioni e fondazioni americane.
Una, il National Democratic Institute, è presieduta da Madeleine Albright,
quella che disse che le vittime della guerra del Golfo «valevano la pena». Un’altra,
Freedom House, è diretta da James Woolsey, ex capo della Cia, già attivo in
Serbia nel 2000. Vanno in aiuto a parti interne che «volevano far crollare il
regime più che avere libere elezioni», come dice Gia Jorjolani, del Centro per
gli studi sociali di Tbilisi, Georgia.
I media e i movimenti
studenteschi (Otpor, Resistenza, in Jugoslavia) vi hanno grande parte. Seminari
di “formazione per formatori” sono tenuti anche a Washington (9 marzo 2004), e
vi si è visto presente anche Gene Sharp, teorico della lotta nonviolenta e
autore di un classico manuale in tre volumi, Politica dell’azione nonviolenta (edizioni Ega, Torino), molto usato
anche dai nonviolenti italiani.
Quelle rivoluzioni nonviolente
in Serbia e Georgia, a detta degli stessi politici che hanno preso il potere,
sono state sostenute da forze politiche contrarie ai precedenti regimi. Nelle recenti
elezioni contestate e ripetute, sotto pressione popolare, in Ucraina, hanno
avuto parte evidente la Polonia e l’Unione Europea. Personaggi ivi emergenti fanno
parte della nomenklatura arricchitasi con le privatizzazioni. Non sempre ci
guadagna la democrazia: un anno dopo la “rivoluzione delle rose” in Georgia,
una militante per i diritti umani, Tinatin Khidasheli, scrive «La rivoluzione
delle rose è appassita» (International
Herald Tribune, Parigi, 8 dicembre 2004).
La politica estera americana
si serve oggi non solo della guerra, ma anche di questi movimenti, non veramente
spontanei, anche se attecchiscono grazie ai difetti, e a volte i crimini, dei
regimi contestati. Pare che, oltre l’area ex-sovietica, punti ora ad applicare
il metodo a Cuba, mentre nel Medio Oriente le possibilità sono scarse, anche
per l’odio che gli Usa si sono guadagnati.
Che dire, da parte di chi
crede nella nonviolenza come metodo giusto per fini giusti? Anzitutto, proprio
questo: non solo i mezzi devono non essere violenti, ma anche i fini. La
Germania nazista, prima dello sterminio, e l’antisemitismo fascista, perseguitarono
gli ebrei col boicottaggio economico, che è un tipico mezzo nonviolento contro le
economie ingiuste. Usare mezzi ingiusti per fini giusti è tanto ingiusto quanto
usare mezzi giusti per fini ingiusti. La nonviolenza gandhiana è una speranza
per l’umanità, portata sull’orlo della distruzione totale dalla ideologia della
violenza necessaria e regnante. Manipolarla per fini di dominio, uguali a
quelli che si cercano con la guerra e la violenza, è falsificare un valore
umano. La nonviolenza non è solo una tecnica utilizzabile, ma una cultura, una
concezione dell’umanità, da rispettare pienamente in ogni persona e popolo. Come
insieme di tecniche può servire al dominio incruento e sottile, ma non meno
ingiusto. Come cultura e spiritualità non può farsi strumentalizzare dall’ingiustizia
del dominio. Perciò, la ricerca della nonviolenza non può essere puro
attivismo, ma educazione morale profonda. Su di ciò i nonviolenti devono
vigilare e approfondire il loro lavoro. Si sono già viste anche da noi forze
politiche sbandierare Gandhi e poi rendersi utili ai potenti e persino alla
guerra.
Certo, puntare al potere con la
demagogia incruenta è qualcosa di meglio che con una guerra o un golpe sanguinario,
mezzi usati senza scrupoli da chi ora si
serve della nonviolenza, ma mai da Gandhi, da Luther King, da Badshah Khan. Così,
la democrazia, ovviamente, è meglio della dittatura. Ma essa è vera se e quando
le persone si educano a decidere secondo giustizia, e non soltanto perché si contano
le teste invece di tagliarle. Non c’è vera democrazia là dove le teste decidono
liberamente di tagliarne altre, o di opprimerle, o tacitarle. La democrazia che
elegge Hitler è falsa democrazia, forma senza sostanza. Non c’è vera democrazia
dove il principio di maggioranza instaura una dittatura della maggioranza, come
sta accadendo in Italia. La democrazia è un metodo, ma soprattutto un fine: farci
tutti più rispettosi della comune umanità. Perciò la nonviolenza dei mezzi e dei
fini è l’aggiunta e il completamento della democrazia.
Enrico Peyretti (17 gennaio
2005)
martedì, 18 gennaio 2005
Alcuni politici del centrodestra non hanno gradito la puntata di Report dedicata alla mafia e hanno richiesto una trasmissione riparatrice, puntualmente concessa dal loro soldatino Cattaneo, nella quale si parli della vera Sicilia. C'è indecisione sul titolo e questo blog è in grado di fornirvi le prime anticipazioni. La scelta dovrebbe ricadere tra:1) Il cannolo siciliano: un mito che non tramonta2) Alla scoperta della cassata, tra leggenda e realtà3) Totò Riina: una vita spesa per la famiglia4) Il pizzo, motore dello sviluppo
Certificato di deposito a tasso urlato (CDTU): è l’uovo di Colombo. Il cliente si reca in banca e con il funzionario preposto inizia un’imprevedibile gara alla morra (si può gridare sino all’orario di chiusura). Sono previste pause ogni mezz’ora di gioco, durante le quali i due avversari possono rifiatare per poi riprendere la singolar tenzone. Quando esce il numero urlato – che diventa così il tasso da applicare al titolo – un notaio presente in agenzia lo trascrive sull’ordine d'acquisto, si becca i suoi 5.000 euro di parcella e dichiara ufficialmente la fine del match. Il presidente dell’ABI, Maurizio Sella, ha dichiarato che “il CDTU è un prodotto straordinario, di semplice comprensione, che sovvertirà i gusti finanziari dell’italiano medio e darà lustro al sistema bancario italiano”.
lunedì, 17 gennaio 2005
Nichi Vendola vince le elezioni primarie in Puglia. L’onorevole Diliberto (Comunisti Italiani) dichiara: “Congratulazioni e fraterni auguri a Vendola, ma va detto che le primarie sono uno strumento che rischia di non rappresentare i reali rapporti di forza dell'elettorato. Prodi e soprattutto Fassino riflettano”. Traduzione: “Come mi girano le palle che abbia vinto il candidato di Bertinotti”.
domenica, 16 gennaio 2005
"I musulmani non odiano le nostre libertà, ma le nostre politiche. La schiacciante maggioranza solleva obiezioni su quello che ritiene un sostegno di parte a favore di Israele e contro i diritti dei palestinesi, e sullo storico, persino crescente, sostegno per quelle che i musulmani vedono come tirannie. Così, quando la diplomazia americana parla di portare la democrazia nelle società islamiche, la cosa viene vista come un'ipocrisia opportunistica". Chi sostiene queste tesi? I soliti radicals alla Noam Chomsky e Gore Vidal? No, è uno stralcio di un rapporto interno del Pentagono stilato dal Defense Science Board, una commissione del dipartimento della Difesa. Non è formata da pacifisti imbelli come me, tutt'altro, ma semplicemente da persone che guardano alla realtà dei fatti, lontane dal delirio ideologico che caratterizza l'amministrazione Bush. E adesso, chi glielo dice alla compagnia di giro Ferrara-Fallaci-Panebianco-finite voi la lista, più bushisti che mai?
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